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February 24 Premi oscar 2009DELUSIONE PER "Il curioso caso di Benjamin Button" con le sue 13 nominationOtto premi Oscar per MillionaireMiglior attore Sean Penn per Milk e migliore attrice Kate Winslet per The reader
IL PRODUTTORE: «UN VIAGGIO STRAORDINARIO» - Il produttore Christian Colson sul palco del Kodak Theatre con tutto il cast e la troupe, ha ricordato come questo film sia frutto di un piccolo miracolo: «E’ stato un viaggio straordinario, iniziato senza star, senza soldi, ma con una sceneggiatura incredibile e un genio come regista». Ed è stato proprio Boyle, ex ragazzo punk inglese, che si fece conoscere al pubblico con un film molto poco politicamente corretto come "Trainspotting", la star della serata, tanto da arrivare a saltare letteralmente di gioia sul palco quando ha ricevuto la statuetta come miglior regista. SEAN PENN E KATE WINSLET MIGLIORI ATTORI - Quasi scontate le statuette ai due attori protagonisti, Sean Penn per "Milk" e Kate Winslet per "The reader" di Stephen Daldry. Il primo nel film di Gus Van Sant ha offerto una straordinaria interpretazione del leader del movimento gay americano Harvey Milk, primo politico americano dichiaratamente omosessuale, che fu ucciso nel 1978. Il film ha ottenuto anche la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. La Winslet, già vincitrice quest’anno di due Golden Globe, ottiene il suo primo Oscar per l'interpretazione dell’ex guardia nazista Hannah Schmitz, che l’attrice impersona nel film dai trenta ai sessant’anni. «Già a un anno sognavo questo momento - ha affermato emozionata l’attrice inglese - al posto della statuetta tenevo in mano uno shampoo ed è allora che ho preparato il mio discorso di ringraziamento». GLI ALTRI PREMI - Commovente il momento della statuetta come miglior attore non protagonista al defunto Heath Ledger: a ritirare l’Oscar per l’interpretazione di Joker ne "Il cavaliere oscuro" è stata la famiglia dell’attore australiano scomparso un anno fa. Emozionatissima era invece Penelope Cruz per l’Oscar come migliore attrice non protagonista del film di Woody Allen "Vicky, Cristina, Barcelona": pur essendo amatissima a Hollywood l’interprete spagnola non aveva mai avuto riconoscimenti ufficiali. Il grande sconfitto di quest’anno è sicuramente il film di David Fincher "Il curioso caso di Benjamin Button", interpretato da Brad Pitt: arrivato alla notte degli Oscar con 13 nomination, ha ricevuto solo tre premi minori: scenografia, trucco e effetti speciali. Tra i premi "tecnici" "Il cavaliere oscuro" ha vinto per miglior montaggio del suono, "La duchessa" per i costumi. Come prevedibile il premio per il miglior film d’animazione è andato al robot "Wall-E", mentre l’Oscar per il miglior film straniero è stato assegnato al film giapponese "Departures". Il premio umanitario Jean Hersholt (Jean Hersholt Humanitarian Award), una particolare categoria di Oscar assegnata periodicamente ad un personaggio che si è distinto nel mondo del sociale è andato a Jerry Lewis: «Per tutta la mia vita ho pensato che fare qualcosa di buono non fosse certo il mezzo per ricevere un premio - ha detto l'attore -. Questo riconoscimento comunque mi tocca il cuore e ringrazio tutta l'Academy». February 18 I Due Marescialli - RecensioneI Due Marescialli - Recensione
Accolto favorevolmente dal pubblico, molto meno invece dai critici, come d’altronde accadeva spesso alle pellicole con Totò, “I due marescialli” è il secondo film dei sette girati da Sergio Corbucci con il principe della risata, mentre il primo in cui quest’ultimo recita con un altro grande protagonista del cinema italiano, ovvero Vittorio De Sica (i due collaborarono antecedentemente anche ad un altro film, “Totò, Vittorio e la dottoressa”, ma non comparivano mai insieme sullo schermo). Il film ripropone un po’ lo schema di “Guardie e ladri” in partenza, con Totò nei panni del furfante, mentre De Sica in quelli del tutore della legge, ma ribalta presto i ruoli, ruoli costretti poi a rimanere invertiti per via del subbuglio generato dall’armistizio di Badoglio - siamo difatti immersi nell’Italia allo sbando del 1943. Tale situazione genera ovviamente diversi equivoci, che danno vita ad un’ottima carrellata di gag: una su tutte quella della pernacchia di Capurro (Totò) sul discorso di un temibile comandante tedesco, un pezzo di comicità imperdibile. L’opera presenta qualche incertezza però nella conclusione, dove la virata drammatica della sceneggiatura non è molto funzionale, risultando posticcia. Il film comunque riprende quota appena prima della scritta “Fine”, con lo schema di partenza che torna simpaticamente a ripresentarsi, come se la guerra non avesse cambiato nulla. Ottimi i due interpreti, con un Totò a cui la cecità che lo attanagliava non toglie nulla del suo grande talento, ed un Vittorio De Sica solido comprimario, che spesso si presta a fare la spalla al comico napoletano (la maggior parte delle battute toccano difatti a Totò). Per concludere una commedia di buon livello, incapace però di assumere quel sapore agrodolce che vorrebbe invece elargire la storia con il suo background drammatico. Curiosità finale: nel film, alcune volte, Vittorio De Sica assume una voce molto strana, in realtà in quei frangenti è doppiato da Carlo Croccolo (il regista romano era allora oberato di lavoro). Scritta da Manuel Celentano February 16 Sam Mendes - biografiaLa sua vita è stata magistralmente spesa dietro le quinte dei maggiori teatri di tutto il mondo. Un British director, al quale, è stato concesso il lusso di mostrare il lercio nascosto sotto i tappeti dei cittadini americani (American Beauty), così tramutandosi in uno dei più potenti registi della Mecca del Cinema.
il suo esordio dietro la macchina da presa è a dir poco sbalorditivo; avvalendosi di una coppia d'assi come Kevin Spacey ed Annette Bening, Mendes ci spiattella l'amareggiante ritratto di una tipica famiglia disfunzionale statunitense, nel pluripremiato American Beauty. Sceneggiato da Alan Ball, la pellicola ottiene otto candidature agli Academy, portandosene a casa ben cinque, tra cui, la statuetta per il Miglior Film e la Migliore Regia. Nel 2002 dirige il sicario Tom Hanks, affiancandolo al boss malavitoso Paul Newman, nel gangster movie Era mio padre. Dedica quest'opera al collega Conrad L. Hall, deceduto prima di ricevere il suo terzo Oscar per la Migliore Fotografia, unica delle sei nomination andate a segno. Il 2005 lo trova con Jake Gyllenhaal sul set del biopic dell'ex marine Anthony Swofford, detto Jarhead, ambientato durante la Guerra del Golfo. Il 2008 lo vede uscire trionfante dall'impresa "titanica" di riportare sul grande schermo la super coppia DiCaprio-Winslet, di nuovo uniti nel dramma coniugale Revolutionary Road, tratto dall'omonimo romanzo del 1961 di Richard Yates. February 15 Revolutionary Road - RecensioneRevolutionary Road - Recensione
"...lascia nello spettatore la sensazione di aver visto non solo la storia di un matrimonio che naufraga, ma la vicenda senza tempo di un uomo e di una donna che non hanno la forza di fare, insieme e ciascuno per conto proprio, quella rivoluzione a cui allude il titolo del film e che è la scommessa di ogni essere umano: trasformare i sogni in realtà. Che non vuol dire semplicemente lasciare la asfittica provincia americana degli anni Cinquanta per Parigi, ma al contrario smettere di sognare gratis e sporcarsi le mani con la realtà."
Paolo Mereghetti
Corriere.it Usa, 2008 Regia: Sam Mendes Cast: Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Michael Shannon, Jay O. Sanders Frank e April Wheeler, una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, divisa tra l'esigenza di assecondare i propri desideri e le pressioni del conformismo sociale.
Un film “come si facevano una volta”..fatto di volti, emozioni, personaggi con uno spessore e una vitalità che raramente vengono descritti così nitidamente. Il regista Sam Mendes, che già in American Beauty qualche anno fa aveva ritratto l'ipocrisia e l'insofferenza in modo sottilmente ironico, qui si lascia trascinare con passione dal talento della moglie Kate Winslet, ma questa volta a tinte forti e in un'atmosfera decisamente più pesante, dove il dramma aleggia di continuo. Leonardo Di Caprio evita a fatica di oscurarla, e nelle scene dei litigi della coppia rivela una naturalezza veramente ammirevole, che neanche nel Titanic! - In effetti, radunati ben tre dei membri del cast di quel blockbuster di qualche anno fa (oltre agli interpreti principali, anche una bravissima Kathy Bates, che nella parte di una vicina appiccicosa mi ha ricordato più che altro l'inquietante personaggio di Misery) , mi è sembrato che l'intenzione del regista potesse essere la dimostrazione che ne è passata di acqua sotto i ponti da quella straziante storia d'amore eterno e tragico. Qui la stessa coppia dà vita a una storia d'amore ben più sporca e trascinata negli anni. In un certo senso, pur costretti a fare i conti con le loro incapacità di capire ciò che davvero vogliono dalla vita, o ad accettare che in fondo ciò che si ha deve bastare, e i casi e le occasioni della vita a volte possono costringerti ad accontentarti, anche quando vorresti fuggire, sono comunque legati indissolubilmente l'uno all'altra, e scontrandosi e trascinandosi disperatamente nella loro vita quotidiana, assorbono vitalità l'uno dall'altra, pur restando in fondo al cuore profondamente lontani. Ogni singolo personaggio del film , ogni volto ripreso crudelmente in primo piano, con una fotografia luminosa, sebbene nei toni grigi e pastello , ha un suo ruolo importante, sopra a tutti il figlio dei vicini (interpretato da un bravo Michael Shannon, di cui senz'altro si sentirà ancora parlare), in libera uscita dall'ospedale psichiatrico, ma capace di rendere con più lucidità di chiunque altro la realtà, a mettere i protagonisti di fronte a loro stessi, più di qualsiasi altra persona ritenuta “normale” dalla morale comune. A lui si deve una memorabile frase nel film, sul coraggio che serve nel vedere la disperazione nella realtà vissuta ogni giorno. È come se ci fosse una necessità, alla fine del cammino, di accettare una vita senza scosse, circondati da ciò che resta della propria famiglia e dei propri affetti, da una stabilità che ti impedisce di realizzare i tuoi sogni, che avrebbero dovuto farti sentire vivo, anche se in realtà non puoi esserlo in altro modo che non evitando di parlare di ciò che fa soffrire, chiudendosi le orecchie se una voce ti infastidisce, e come se non ci fossero altre vie di fuga, nessun altro viaggio, né fuori né dentro sé stessi. Triste e malinconico, eppure un film con una vitalità e una passione autentici, merito forse di un bravo sceneggiatore (Justin Haythe) o del romanzo (di Richard Yates) da cui è tratto, probabilmente...e probabile Oscar per Kate Winslet, che già si è portata a casa un meritato Golden Globe.
Honey Bunny February 11 PROSPETTIVE DI UN DELITTO - recensionePROSPETTIVE DI UN DELITTO REGIA:
Pete TRAVIS
PRODUZIONE: U.S.A. - 2007 - Thriller DURATA: 90' INTERPRETI: In Teoria Generalmente non siamo affatto restii a farci sedurre da chi tenta di giocherellare con la forma e l’accoppiata Pete Travis / Barry Levy, entrambi all’esordio cinematografico, sembrava volerci provare. Accettando di relegare le idiozie dell’intreccio nei territori dello pseudo-MacGuffin, infatti, balza all’occhio la volontà di trascinare lo spettatore in un meccanismo filmico non certo nuovo ma, sulla carta, fortemente caratterizzato in chiave metatestuale: frammentazione dei punti di vista, gestione strategica del/dei sapere/i diegetico/i, progressivo disvelamento della realtà affidato alla serializzazione di luoghi enunciativi forti (i flashback), tutta roba capace di mandarci in sollucchero… Sulla carta, si diceva. Perché in realtà, Vantage Point si rivela quasi subito una sorta di banalizzazione di se stesso, a partire dal suo apparente delegare la progressione drammatica a una serie di flashback soggettivi; tali flashback infatti (tutti inaugurati da un simpatico rewind) non sono tecnicamente soggettivi ma più soggettivi-oggettivi, non solo per una gestione dei punti di vista piuttosto ordinaria (la carenza di soggettive pure è “allarmante”) ma anche per un contenuto narrativo che, più che frammentare la verità/realtà in più versioni contraddittorie e/o complementari da ri-costruire e ri-montare, si limita (con rare eccezioni) a seguire una linea tramica sostanzialmente retta alla quale aggiungere, di volta in volta, un segmento nuovo. -(Es.: Dennis Quaid, nel “suo” flashback vede qualcosa di importante nella videoregistrazione di Whitaker ma il controcampo soggettivo su quel qualcosa ci viene negato fino al flashback successivo, e così via)-. Ne risulta un progredire meccanico, poco “analitico” e dunque poco stimolante, che con il dipanarsi della pellicola perde anche quel minimo di coerenza interna che sembrava voler mantenere (l’ultimo “flashback” abbandona qualunque parvenza di soggettività e si rivela un confuso blob di più prospettive che, semplicemente, cerca di chiudere la faccenda alla meno peggio). Il film sembra voler accennare anche ad una tematizzazione della tecnologia audio-ripro-visiva come doppio del dispositivo cinematografico [le telecamere/schermi della GNN (sic), la videocamera HD (1080i) di Whitaker] ma forse abbiamo visto troppo De Palma, ché Travis in realtà non va oltre qualche zoomata, un accenno di split screen multi-monitor e poco altro. Vantage Point resta dunque un thriller solo teoricamente teorico, che nella pratica si lascia comunque guardare almeno fino ai venti minuti finali, nei quali abbandona qualunque velleità per gettarsi nel calderone del thriller qualunque. Soprassediamo sui possibili riferimenti a Rashomon, chiamato pretestuosamente in causa da più parti (che c’entra la gemmazione di ingannevoli soggettività del Maestro giapponese con questa cosetta qui?) e andiamo piuttosto a rivederci Snake Eyes (che con Kurosawa, tra parentesi, c’entra assai di più) per ri-godere di sublime, cristallina vertigine teorica. Gianluca Pelleschi tratto da: http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2007-2008/p/prospettive_di_un_delitto.htm |
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